[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].
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Come allora oggi la tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro.
Come una volta, anche oggi rimango stupefatto quando sono di fronte a te, o mare, ma non credo di essere più all’altezza degli insegnamenti che trasmetti con il tuo solenne respiro… Così scriveva il genovese Eugenio Montale nella poesia Mediterraneo. Quelle parole riecheggiano in me dopo la Versilia, quando il treno comincia ad infilarsi nelle gallerie. Perché non ti fai vedere, o mare? Appare e scompare, e quando hai preparato la telecamera del telefono per fotografarlo, ritorna il buio del tunnel ferroviario. La Liguria ha sempre risvegliato in me ricordi legati a mia nonna Renata, che piccino mi portava in vacanza a Varazze, io e lei. Erano le sue meritate vacanze dalla lunga stagione alberghiera sul lago di Garda. Per un figlio di lago, il mare è sempre stato troppo salato e la sabbia troppo rovente. Andare al mare era sempre un mettersi alla prova, e quando appariva dal finestrino del treno sembrava ancor più irraggiungibile: appariva e spariva. E al finestrino dell’altra fiancata, la montagna, a me più familiare.
Arrivato a Varazze, tira un’aria gelida, ed il vento porta via bidoni di plastica e buoni propositi. Monica Pastorino, l’insegnante di liceo savonese che ha organizzato le presentazioni del libro, mi dà rifugio nella sua macchina e, dopo cena, mi porta sulle alture di Celle, nella casa dove ospita turisti e amici. Tra arbusti di rosmarino e timo, tra olivi e macchie di orniello, mi addormento sentendomi a casa, e mi brucia il cuore. Il mare è giù in basso, e odo quasi padre Ignacio ripetere quelle parole a Compagno, quando si incontrano sulla soglia dell’Oltre:
«Goditi quest’ultima visione, ci vorrà del tempo prima di scendere. E arrivare a toccarlo».
Il mare lo toccherò solo nel primo pomeriggio dell’indomani. La sabbia è scura a Celle, e sembra quasi che sia stata buttata sulla battigia per ripascirla, movimentata da escavatori scesi dal piano strada. E mi dico in silenzio, ‘Ormai, anche il mare ci appartiene; neanche la spiaggia è naturale’. Tocco l’acqua e mi ritraggo quando avanza l’onda. ‘Forse neanche i boschi alle mie spalle lo sono’. Tra case piccole e grandi, tra villette e palazzi storici, la costa ligure è un concerto di pietre e fogliami: anche qui, però, fino a qualche tempo fa, passavano i piromani; ora che non passano più, la vegetazione si è inventata una seconda vita su un tessuto di mulattiere e tegole d’argilla. «Pippetto, così lo chiamavamo, era il piromane del paese. Gli piaceva il fuoco, che appiccava tutti gli anni» mi spiega Monica. Sarà stata la legge che impedisce di costruire sui terreni percorsi dal fuoco, o forse semplicemente il sopraggiunto tempo della vecchiaia, ma la natura ora ci sta mettendo una pezza, con quella sua straordinaria capacità negentropica, ed anche un tocco di meraviglia. Dirà infatti Compagno a padre Ignacio:
«Ebbene, che cosa fa la natura invece di fronte all’ineluttabilità della dissipazione dell’energia in calore? […] Contrasta questo processo, ne rallenta i ritmi, converte il tempo in organizzazione, producendo ecosistemi complessi, coerenti, generando un effetto appunto “neg-entropico”».
Monica pure è una forza della natura, sempre in movimento, un’insegnante d’attacco, che cerca di stimolare i suoi studenti perché vivano senza abbassare la testa. Ogni tanto, anche altre insegnanti la sostengono, come Cristina Camarillo, la cui specialità è cucinare pesce al forno e sfrecciare con l’Audi in stradette tortuose. In pochi minuti, freniamo per ben tre volte a pochi centimetri da un passante, ma lei sembra farlo apposta, con nonchalance, mentre racconta e racconta e racconta. Fare l’insegnante può essere noioso e poco gratificante, ma può anche diventare un’avventura, se ami i ragazzi a cui insegni. E le insegnanti del Savonese sanno fare questo, lo posso testimoniare dopo aver portato il libro prima al liceo scientifico Orazio Grassi in città, in presenza di tre classi, e poi ad Albisola Superiore, dove Monica aveva raccolto almeno cinque organismi, tra cui Human Memories, un collettivo giovanile nato dal desiderio di restituire centralità alle storie delle persone, e di trasformare la memoria individuale in consapevolezza collettiva. Se i ragazzi liceali si erano divisi le parti per temi di attualità, la crisi ambientale, la guerra, ecc., rivolgendomi ciascuno una domanda a tema, Maria Neve Tufano, la presentatrice ad Albisola, è andata aldilà del libro, come se fosse entrata nell’Oltre e si chiedesse: «E ora?». Come facciamo a “camminare insieme” verso la vita in questo Antropocene? Come facciamo a sconfiggere il “tiranno” che abbiamo dentro il cuore? È la “fratellanza” l’unica medicina efficace per uscire vivi da quest’epoca?
È lei Compagno. Io, però, non sono padre Ignacio, e mi arrampico sugli specchi riprendendo le cose che aveva detto Ignacio nel libro, e infarcendo parole su parole, utili o inutili che fossero, fino a quando Monica mi ferma e dice: «Lasciali parlare, è il momento del pubblico». E le domande arrivano, a fiotti, e tanti sono i Compagni che si rivelano tra i presenti. ‘Ascoltali, Gianluca, ora puoi dire che scrivere quel libro non sia stato vano’ penso tra me e me. Quella sensazione, è il più bel regalo.
Albisola Superiore non è solo famosa per la ceramica, e quelle sculture di argilla dell’artista Claudio Carrieri, nel giardino davanti all’auditorium, le “Odalische”, ne sono manifestazione materiale e spirituale, tanto paiono ondeggiare e respirare. È famosa anche per essere terra partigiana. È presente l’ANPI, è presente ANED, l’Associazione nazionale ex-deportati, ed ogni angolo di questa terra parla di quella stagione, al punto che anche i rappresentanti della Lega, da queste parti, si dichiarano antifascisti…
L’antifascismo non è semplicemente memoria, è parte della corteccia cerebrale dei suoi abitanti, del sentirsi in questo mondo. Al liceo Grassi di Savona, ancor si ricordano degli ordigni fascisti che esplosero in città tra l’agosto del 1974 e il febbraio del 1975, ed un pannello riporta foto d’epoca. Il liceo Grassi fu il primo istituto scolastico savonese ad aderire alla vigilanza di massa antifascista che si mise in atto negli anni ’70. Una lapide a Celle ricorda invece i partigiani fratelli Figuccio, che morirono in combattimento quando erano ancora ventenni. Mentre l’ANPI locale, in occasione di ogni XXV Aprile, organizza un concorso artistico per il manifesto della commemorazione, a cui quest’anno hanno partecipato ben cinquanta artisti: il tema del 2026 è le donne al voto, e Silvia Parodi mi mostra il disegno vincente, dispiaciuta per non poterne selezionare più di uno. Sarà la prossimità delle montagne, dei boschi, ad aver reso questa una terra di resistenza, o forse la caparbietà della sua gente…
Basta andare a Genova per rendersi conto della gente con cui hai a che fare. Rachid Khay, un amico di vecchia data dell’ARCI, mi porta in giro per Certosa, e mi sento un poco a Barcellona, un poco a Napoli e un poco a Tangeri. Tra kebabbari turchi, baristi cinesi e mercanti di vestiti marocchini, ti convinci che nessuno sia escluso. La gente della Certosa si è fatta più resiliente soprattutto dopo quel 14 agosto 2018, quando nel pieno di un nubifragio estivo crollò il cielo, o meglio il ponte autostradale Morandi, morirono in quarantatré e quasi in cinquecento dovettero essere sfollati. Il figlio di Rachid, era in Vespa, si fermò a cinquanta metri o più dal ponte, al momento del crollo, salvandosi per un pelo: fu un involontario ritardo a trattenerlo da questa parte. Sotto e a fianco del nuovo ponte, i palazzi residenziali si sono ricoperti di murales a ricordare che la vita continua. On the Wall, si chiamava il progetto: quindici artisti italiani e internazionali realizzarono delle stupende facciate di street art, mettendo la bellezza e l’arte al servizio di un quartiere desideroso di superare il trauma. Se per caso mi trovo sotto il faccione assorto di Fantozzi, è un’altro murales quello che amo di più: è un’amazzone dal volto irriconoscibile, che tiene il vessillo della pace cavalcando un cavallo pezzato dei colori dell’arcobaleno. E attorno a lei, tante forme colorate come a dire: nel caos della vita, scavalcheremo ogni ostacolo. Benché il processo per la caduta del ponte sia lontano dal concludersi, e stiano ascoltando in questi giorni la difesa dell’ex-Ad di Autostrade per l’Italia…
Poi c’è l’altro mio amico di vecchia data, Dario Rossi, avvocato dalla barba bionda che avevo conosciuto in Cisgiordania durante le ultime elezioni presidenziali palestinesi, un vero legale alla Robin Hood, membro dell’associazione Giuristi e Avvocati per la Palestina, che non ha paura neppure delle macchine del fango sioniste. Passiamo la serata nel cuore della città vecchia parlando di despoti e fine dei tempi, e Si Mohamed Kaabour, fondatore di un’associazione di giovani italiani di origine straniera, Nuovi Profili, elogia la cultura dell’accoglienza e l’esempio dato da Paolo Dall’Oglio. Per la fine del mondo, c’è ancora tempo: allora andiamo a mangiare da Mamadou il Senegalese, e poi ci infiliamo nello storico circolo U.S. San Bernardo, riaperto da Dario e sua moglie Barbara qualche anno fa «per divertirci e fare stare bene le persone», precisa. Un band canta in genovese, e l’unica cosa che capisco è che «il pesto è l’anima araba della città»: forse, si riferivano a quello che qui chiamano il “pestùn de fave”…
Il circolo è una specie di Campo dei Miracoli, tra vecchi pensionati, giovani alternativi, un signore in cerca di compagnia, ragazze con gonna alta e giocatori di ping-pong. Una specie di luogo dove, mescolandosi, ci si purifica. Rachid mi spiega che a Genova vivono duecento nazionalità, insomma il mondo intero, vasto e diverso come il mare, ed in esso, come ricorda Montale in quella sua poesia, ci si purifica:
e svuotarsi cosi d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.
Mi verrebbe da dire: un altro modo partigiano di vivere i tempi moderni.
Gianluca Solera